Serena Giust

Digital wordsmith, driven by data.

Questione di fiducia

 

Ci sono cose che diamo per scontato tutta la vita, finché non ci fermiamo a riflettere o vengono a mancare. Come la salute, l’amore tra i tuoi genitori, l’acqua potabile… e il bidet in bagno.

Potrei parlarvi del bidet e di come ho iniziato la mia carriera in Booking cercando di evidenziare nei risultati di ricerca gli hotel che ne avessero uno in camera, ma no, oggi vi parlo della fiducia.

Mi sono imbattuta nella lettura del secondo capitolo di Trust and Betrayal in the Workplace: Building Effective Relationships in Your Organization, una ventina di pagine che mi hanno colpita e su cui ho fatto delle riflessioni e tratto conclusioni.

Partiamo dai concetti di base. La fiducia si costruisce su 3 dimensioni, “The 3 Cs of Trust”:

  • Carattere
  • Comunicazione
  • Capacità

Questi ci permettono di dare e ricevere fiducia nelle relazioni, ma coltivarli non è semplice. Serve tempo ed esercizio per instaurare fiducia… e può essere distrutta in un secondo. Fin qui, ci siamo.

Il punto dove mi sono bloccata: “Trust begins with you” ovvero, la fiducia parte da te. Dal tuo carattere. Da chi sei.

Mi sono fermata, ho respirato a fondo, mi sono chiesta:

Quanto mi fido di me stessa?

Quanto il mio carattere, il mio stile comunicativo, le mie capacità sono capaci di arrivare alle persone che mi stanno attorno? 

Ho iniziato a leggere queste pagine chiedendo come potessi migliorare il mio rapporto con il team, non il rapporto con me stessa. Sbagliando.

Per guadagnare fiducia, devo esercitare questi sei comportamenti:

  • Gestire le aspettative
  • Stabilire dei confini
  • Delegare in modo adeguato
  • Aiutare gli altri
  • Rispettare gli accordi
  • Essere coerente

Ma come?

Io sono quella che corre la mezza maratona senza fermarsi neanche un attimo, e poi recupera per tre mesi senza entrare mai in palestra. Sono quella che sente il bisogno di purificarsi e si immerge in un detox di centrifughe veg per una settimana, poi esce la domenica per l’aperitivo lungo.

Gestire le aspettative

Domani avrò i primi 1:1 con i membri del mio team, sono un pochino agitata. Pensavo di iniziare con “cosa sta andando bene, cosa male, cosa cambieresti” ma alla luce di quanto letto credo che cambierò con “ho bisogno di capire quali sono le tue aspettative su di me, sul mio ruolo, su come ti posso aiutare a crescere. Voglio dare il meglio, ma ho bisogno del tuo supporto”.

Le aspettative nascono dai bisogni. A volte mi chiedo se siano sbagliate, se ho chiesto troppo a me stessa in questi anni. Un bel lavoro, una bella casa, un buono fidanzato (qui ancora non ci siamo – ma ho delle case histories di successo nel mio portfolio). Forse quel che conta è stabilire le giuste aspettative. Non per gli altri, ma per te stesso. O per il tuo team. Non temere di dichiarale, di essere chiaro, di essere vulnerabile, non avere paura di chiedere aiuto.

Stabilire dei confini

Nella mia carriera ho avuto la fortuna di godere di estrema libertà, ma devo ammettere che non sempre mi ha fatto bene. Sono stata a volte troppo ambiziosa, a volte troppo arrogante. Ho lottato per diritti che pensavo di aver conquistato con il duro lavoro, peccando completamente nella comunicazione. I momenti in cui sono stata meglio, sono stati quelli in cui avevo chiara la mia posizione. In cui mi sono guadagnata il rispetto che mi ha fatto crescere.

Per raggiungere un obiettivo, devi riconoscere quali sono i tuoi limiti… e lavorare per superarli. Ma se i confini sono labili, non e facile capire a cosa devo puntare.

Delegare in modo adeguato

C’e stato un tempo in cui facevo la social media manager. Spesso mi sentivo dire “tu che passi il tempo a ca**eggiare su Facebook” ecco, niente di più sbagliato. E stato un periodo veramente carico, di responsabilità sia dal punto di vista di budget che di brand.

Poi sono entrata in crisi, non lo volevo più fare. Così abbiamo assunto una nuova persona per quel ruolo, ed era arrivato per me il momento di delegare. Lì mi e scattata la molla, l’iperprotezionismo e l’atteggiamento critico-negativo. I social erano “miei bimbi” me li ero cresciuti io. Non ero capace di “lasciar andare” e, peggio ancora, non ho trasmesso fiducia a chi mi era vicino.

Delegare è collaborare, insegnare, crescere.

Aiutare gli altri

Potrei raccontarvi dell’ultima puntata di Beautiful e di come Coco vuole aiutare i Forrester ma la sua scelta mette in pericolo il futuro di sua sorella Sally. Ma evito.

La fiducia si conquista quando i tuoi obiettivi non prevalgono su tutto, quando pensi anche agli altri e all’impatto delle tue scelte.

Rispettare gli accordi

Tipo me: quella dei buoni propositi di gennaio mai rispettati e mai rivisitati a metà anno, perché si sente troppo in colpa. Qualche mese fa ho fatto il mio Strenght Finder report, e analizzando i miei punti di forza ho capito cosa mi caratterizza. Sono una “Futuristic”, una “Input”, una “Ideation e “Strategic”. Mi piace dunque sognare e progettare, avviare cose… che però rischio a volte di non portare a termine.

Come cambiare questo aspetto? Con costanza ed esercizio. Quando fai quello che (ti) prometti di fare, aumenta la fiducia. Le persone ti ritengono affidabile, si affidano a te. Quando mantieni le promesse che fai a te stesso poi, ti senti bene, gratificato.

Essere coerente

Se c’è una cosa che ho capito col tempo, è che devo essere fedele ai miei valori. Che anche l’azienda in cui mi trovo li deve rappresentare. Che le persone che frequento devono condividerli.

Assestare il proprio comportamento ai valori, includendo quindi anche l’essere coerente, fa sì che possiamo superare i momenti difficili senza farci prendere dall’umore del momento.

Fiducia è anche sapere cosa ti aspetti da quella persona. Cosa farà, cosa ha in mente, come agisce. Sapere che se oggi è positiva, lo sarà anche domani. Repentini cambi di umore e attitudine, atteggiamento difensivo, sono ulteriori aspetti che possono minare la fiducia di chi ti sta accanto.

Concludendo…

Il libro mi pone una domanda: chi è quella persona a cui dai estrema fiducia? Perché?

Ecco, io una persona di riferimento la ho e i motivi per cui ha la mia fiducia sono tutti citati qui sopra.

Buon viaggio

Ci siamo io ed il tuo pupazzo, ora, nel divano. C’è così tanto da dirti. C’è la mia paura di che i ricordi si affievoliscano, il bisogno di lasciarli impressi da qualche parte. C’è che l’unica cosa che so fare è scrivere… ma mi si spezzano le parole ora.

C’è che credo in pochi ci conoscano così, ma forse è questo è il bello. Ci sono le nostre mille foto archiviate nelle cartelle degli ultimi quattro anni, stampate nella mia memoria. C’è il tuo viso giovane, senza barba, la mia fronte senza rughe. Ci sono quelle parole tatuate sul tuo corpo, “Let her go” inciso nel mio cuore.

Il doversi lasciare appena trovati: io che inseguo un sogno, tu che segui me. Gli aerei prenotati a mezzanotte, le infinite chiamate skype, tu che torni sempre a trovarmi portando con te il sole nel gelido inverno tedesco.

Ci sono quegli improbabili cappelli ed il boa a carnevale. Noi che beviamo e balliamo scoordinati in mezzo alla folla, tanto non ci conosce nessuno.

Ci sono le domeniche di pioggia, la colazione a letto, la spesa al supermercato ed i tubetti di dentifricio, le passeggiate sotto l’ombrello, lo shopping ed i mille braccialetti.

E poi c’è la primavera: i picnic al parco, le gite in bicicletta ed io che cado catastroficamente tra i binari del tram. Tu che ridi e mi dai una mano a rialzarmi, tu che sposti i miei bagagli da una casa all’altra, senza mai farmi sentire il peso d’essere andata via.

Ci sono le cene eleganti al ristorante thailandese, la tua camicia azzurra sempre sbottonata. C’è quel CD dove hai registrato le tue canzoni preferite… io che non ho nemmeno un lettore. Ma ora lo vado a comprare… promesso.

Ci sono i tuoi messaggi allegri la mattina, in cui racconti le serate coi tuoi amici. Ci sono i tuoi occhi che brillano quando mi parli della tua famiglia.

E poi ci sono le sere in cima alla torre… quando guardando il mondo dall’alto, tutto ci sembrava possibile. Quando la notte non volevamo dormire, perché domani non doveva arrivare presto.

E poi ci sono io che ritorno: le passeggiate ai giardini, le pizze a casa tua, le pause pranzo in cui ti aspetto nel parcheggio per un ultimo abbraccio prima di ripartire.

Ci sei tu che mi racconti le tue nuove pazze storie d’amore, io che ti racconto le mie mille avventure. C’è quello sguardo tenero ed il volersi bene nonostante le nostre strade si siano divise.

C’è quella canzone che martella in testa, ma ha tutto un altro senso ora.

C’è che mi mancherai.

E perdonami per non essere lì con te oggi, spero di non averti deluso ancora.

Buon viaggio,

S.

 

Lascia che sia

Ho iniziato a scrivere questo post nelle notti insonni prima ancora di sapere come sarebbe finita. L’ho iniziato e messo in bozza, fanculo alla scaramanzia. Poi è successo per davvero e se ancora non lo sapevate è perché temevo che a dirlo a voce alta questo sogno non si sarebbe avverato.

Si apre per me un nuovo capitolo, ho dato le dimissioni. Non è facile mollare un indeterminato in uno dei posti di lavoro più belli del mondo. Lavorare a trivago è stato un grande privilegio. Mi sono sentita viziata e coccolata, motivata e determinata. Ho imparato tanto e velocemente, ho provato la gioia di “fare il lavoro dei proprio sogni” a soli 23 anni. Non sono stata sempre la miglior versione di me, spesso pretenziosa ed egoista, sbagliando nelle dinamiche di team… ma è servito anche quello, eccome.

Poi cosa è successo? Niente. Sarei potuta rimanere comoda a godermela ancora un po’ ma a stare fermi non si va da nessuna parte. Così ho deciso di mettere quei tanto amati mobili di #serenacambiacasa in un container di 6mq diretto verso una casa che ancora non ho trovato e una vita che ancora non riesco a immaginare.

Lo so, avevo promesso che sarei tornata a casa. Ci ho provato credetemi. Ho tentato nonostante il buonsenso e tutti i “cosa torni a fare qui”, assecondando la chiamata di agenzie interinali che dopo aver descritto il mio profilo mi han risposto “quindi fai pubblicità, scrivo pubblicità”. Ho speso soldi e tempo a casa per raggiungere aziende che mi han salutato con tanti sorrisi, qualche gadgets e poca considerazione. Fuori dall’Italia invece ho avuto invece il privilegio di parlare con gli HR delle migliori aziende del mondo. Ho volato e soggiornato a spese loro, passeggiato nei loro corridoi, ho conosciuto manager che stimo e stretto relazioni anche se non è andata sempre come speravo. Quindi niente, credo che l’Italia aspetterà.

La mia nuova città si chiama Amsterdam, la mia nuova azienda Booking.com.

Niente più content marketing, da novembre lavorerò in Technology come UX copywriter. Mi occuperò di content design, a/b testing per dare sempre la migliore esperienza utente. Siederò con developer, designer, product owner. Ci sono tutti i presupposti per imparare tanto e non vedo l’ora di iniziare, sono molto entusiasta di questa grande responsabilità.

Buone notizie quindi per voi: divano letto e amica per la vostra prossima sosta olandese!

Detto questo… chiudere la porta non è semplice, lascio qui una gran fetta di cuore. Per quel che sono ora devo ringraziare:

– Simone. Per essere stato il mio braccio destro e anche il sinistro. Per avermi insegnato a mettere le virgole e tutto il resto. Per tutte le pause caffè: mattino, pomeriggio e sera. Sono circa 525.000 cl di caffeina asssunta insieme. Per i tuoi “forse facciamo pipì, forse andiamo a mensa, forse mangiamo la frutta”. Per avermi dedicato ogni tua pagina knowledge, non si dimenticheranno facilmente di me in azienda. Per essere stato l’abbraccio dolce di ogni mattina e la spalla su cui ho pianto quando non andava. Per essere stato il miglior collega, amico, quasi futuro marito. Mi mancherai senza forse e come mai. Tua Star.

– Isabella e Giulia. Perché per me voi siete state famiglia e solo quando siamo diventate noi mi sono sentita veramente a casa qui. I nostri risvegli a letto, io che vi salto addosso e voglio le coccole, voi che mi prendete sempre in giro. I pancakes e lo sciroppo d’acero, le bottiglie di rosso stappate in terrazza e quei discorsi sul futuro… siete state i miei sorrisi migliori qui.

– Giorgia. Insieme abbiamo corso e raggiunto traguardi che mai avremmo pensato. Sei stata il mio punto di riferimento: quella saggezza che ammiravo, l’amore che sognavo, la fede che cercavo. Quel tuo ”lascia che sia” mi ha cambiato il modo di vedere le cose e te ne sarò sempre grata.

– Susana, Birgit, Fran. Resterete sempre il mio social media team del cuore.

– Stefano, Giulia, Benedetta, Veronica, Desi, Tommaso e Ivano. Per avermi sopportata. Un po’ vi mancherà il mio trash, ammettetelo.

– Patrizia e Martino, Marta, Eleonora, Veronika, Diego & co. per aver dato una botta di vita a questa città, proprio ora che vi ho trovato me ne vado… che ingiustizia.

– Tutti gli altri colleghi. Per essere stati parte di questo capitolo centrale della mia vita, grazie!

Vi aspetto ad Amsterdam.

S.

lascia che sia